Vivere in comunità significa spesso avere una casa temporanea, persone che accudiscono e sostengono, ma non genitori che possano sostituirsi a chi non c’è.
È un luogo di protezione e crescita, ma anche di attesa: l’attesa di una famiglia, di legami che restino nel tempo, di un futuro che si costruisca giorno dopo giorno.
L’adozione, in questo contesto, diventa un percorso delicato: un incontro tra desideri profondi, tra bisogni di appartenenza e sogni di genitorialità.
Quando si parla di adozione si immagina spesso un lieto fine: un bambino che trova finalmente casa e due adulti che realizzano il sogno di diventare genitori.
In realtà l’adozione non è un punto di arrivo, ma l’incontro tra due attese profonde.
Da una parte c’è il desiderio di un bambino – o più spesso di un preadolescente – di appartenere a qualcuno, di avere una famiglia che resti. Dall’altra c’è l’attesa di adulti che, per motivi diversi, non hanno potuto avere figli e che investono speranze, energie e progettualità nell’accoglienza di quel minore.
Sempre più frequentemente non si tratta di bambini molto piccoli, ma di preadolescenti con una storia già scritta: interruzioni di legami, trascuratezza, esperienze traumatiche, passaggi da un contesto all’altro.
Come ci ha insegnato Bowlby (1969), le prime relazioni modellano il modo in cui ogni individuo vivrà i legami successivi. Se le esperienze precoci sono state instabili o dolorose, anche l’incontro con una nuova famiglia può essere vissuto con ambivalenza: desiderato intensamente e, allo stesso tempo, temuto.
Per alcuni significa chiedersi, anche senza dirlo apertamente: “Se mi affeziono e poi mi abbandonano di nuovo?”
Molti ragazzi portano con sé un’immagine idealizzata della famiglia adottiva: un luogo che ripara tutto, che cancella il passato, che risponde perfettamente ai propri bisogni.
Ma allo stesso modo anche gli adulti, spesso dopo un lungo percorso di sofferenza legato all’infertilità, possono coltivare l’immagine di un figlio che si integri senza scosse, riconoscente, “a propria immagine e somiglianza”.
Tuttavia, come sottolinea Andolfi (2007), ogni famiglia nasce dall’incontro tra differenze e non dalla ricerca della somiglianza. Nell’adozione questa verità è ancora più evidente: il figlio non arriva per colmare un vuoto, ma per portare una storia che chiede spazio.
Dal punto di vista sistemico-familiare, l’adozione non è l’inserimento di un bambino in una struttura già pronta, ma la costruzione di un nuovo sistema relazionale.
Ogni famiglia deve ridefinire confini, ruoli e alleanze nei momenti di transizione (Minuchin, 1974). L’adozione è una di queste transizioni complesse: implica integrare il passato del minore senza negarlo, riconoscere la famiglia d’origine come parte della sua identità e, allo stesso tempo, costruire un senso di appartenenza nuovo e sicuro.
Le difficoltà iniziali – chiusura, atteggiamenti oppositivi, paura di non essere accettati – non sono necessariamente segnali di fallimento. Spesso rappresentano il tentativo di proteggersi da un’ulteriore delusione.
La letteratura sul trauma evolutivo e sull’adozione (Brodzinsky, 2011; Cyrulnik, 2001) sottolinea quanto sia fondamentale offrire continuità, prevedibilità e tempo affinché la fiducia possa radicarsi.
Allo stesso modo, la frustrazione dei genitori di fronte a reazioni inattese è parte del processo di costruzione del legame.
Diventare famiglia, nell’adozione, significa tollerare la distanza tra il figlio immaginato e il figlio reale.
Significa accettare che l’amore non sia immediato e lineare, ma si costruisca nel tempo.
Significa riconoscere che entrambe le parti – minore e adulti – portano un’attesa che può trasformarsi solo se trova uno spazio di ascolto, gradualità e accompagnamento.
Come cooperativa sociale che accoglie minori in comunità, il nostro ruolo non è soltanto custodire e proteggere, ma preparare e accompagnare.
Lavoriamo perché ogni ragazzo possa dare senso alla propria storia, riconoscere le proprie emozioni, integrare le proprie appartenenze e affrontare l’incontro con una nuova famiglia senza sentirsi costretto a rinnegare il proprio passato.
Allo stesso tempo, collaboriamo con i servizi e con le coppie affinché l’adozione sia un percorso graduale, sostenuto e consapevole.
Crediamo che una famiglia si costruisca giorno dopo giorno, con pazienza e ascolto reciproco.
Dott.ssa Federica Franco
Psicologa e Psicoterapeuta
Bibliografia
- Andolfi, M. (2007). La terapia familiare multigenerazionale. Milano: Raffaello Cortina Editore.
- Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss. Vol. 1: Attachment. London: Hogarth Press.
- Brodzinsky, D. (2011). Children’s Adjustment to Adoption: Developmental and Clinical Issues. Thousand Oaks, CA: Sage Publications.
- Cyrulnik, B. (2001). I brutti anatroccoli. Milano: Raffaello Cortina Editore.
- Minuchin, S. (1974). Families and Family Therapy. Cambridge, MA: Harvard University Press.