Quando il nuovo fa paura: cosa ci raccontano i ragazzi in comunità

Per alcuni ragazzi, l’idea di andare in un posto nuovo non suscita curiosità, ma paura.
Una paura che spesso resta nascosta, coperta da silenzi, rifiuti o frasi come: “Non mi va”, “Non mi interessa”.

Greta (nome di fantasia), adolescente che vive in comunità, durante un colloquio racconta:
“Se devo andare in un posto che non conosco, mi viene l’ansia. Penso che possa succedere qualcosa. Preferisco non andarci.”

Nelle sue parole non c’è solo insicurezza, ma un vero e proprio senso di allarme. Il nuovo, per lei, non è un’opportunità: è qualcosa da evitare. Restare in ambienti conosciuti, invece, le dà una sensazione di controllo.

Eppure, come accade per molti ragazzi nella sua situazione, questa paura convive con comportamenti che, dall’esterno, possono sembrare opposti: trasgressioni, uso di sostanze, esperienze sessuali precoci.
È proprio questa apparente contraddizione a creare spesso confusione negli adulti.

In realtà, non tutte le situazioni “rischiose” sono vissute allo stesso modo. Alcuni comportamenti, anche se pericolosi, avvengono in contesti familiari o rispondono a bisogni immediati: sentirsi parte di un gruppo, ridurre tensioni interne, riempire un vuoto.

Al contrario, trovarsi in un luogo sconosciuto significa affrontare l’incertezza, non sapere cosa aspettarsi, non avere punti di riferimento. Ed è proprio questo a risultare difficile da tollerare.

Molti ragazzi che vivono in comunità portano con sé esperienze in cui la sicurezza è stata fragile o discontinua. In questi casi, il mondo può essere percepito come imprevedibile, e ciò che è nuovo può attivare paura e bisogno di difesa (Bowlby, 1969).
Evitare diventa allora un modo per proteggersi.

Per questo è importante non fermarsi al comportamento visibile. Dietro un rifiuto può esserci una fatica più profonda, legata alla difficoltà di fidarsi e di sentirsi al sicuro.

Nel lavoro educativo e terapeutico, non si tratta di spingere i ragazzi ad affrontare ciò che temono, ma di accompagnarli.
Con Greta, ad esempio, il percorso è passato attraverso piccoli passaggi: parlare insieme di ciò che la preoccupa, preparare in anticipo le situazioni nuove, sapere chi ci sarà, cosa accadrà, quando finirà.
Sono elementi semplici, ma fondamentali per rendere il nuovo meno minaccioso.

Nel tempo, queste esperienze possono aprire uno spazio diverso: non l’assenza di paura, ma la possibilità di affrontarla senza esserne sopraffatti.

Per molti ragazzi, esplorare non è un impulso spontaneo, ma una conquista. E ogni passo, anche piccolo, verso qualcosa di sconosciuto può diventare un’esperienza nuova: quella di sentirsi, finalmente, un po’ più al sicuro nel mondo.

 

Dott.ssa Federica Franco
Psicologa e Psicoterapeuta

 

Bibliografia

  • Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss.
  • Ainsworth, M. D. S. et al. (1978). Patterns of Attachment.
  • Schore, A. N. (2001). Trauma relazionale e sviluppo emotivo

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